14/07/09

Flemma - Barbara Baraldi intervista Antonio Paolacci

(Sick Girl Magazine)

Cos’è la flemma, che emerge, oppressiva e avvolgente, dalle pagine di questo romanzo?

Quando viene nominata da uno dei personaggi, è contrapposta ai ritmi frenetici con cui ci muoviamo noi oggi e diventa un indizio di pace e saggezza, ma la verità è che la flemma di quello stesso personaggio è dovuta alla depressione. In modi diversi, tutti i protagonisti del romanzo sono come appesantiti da una forma di malinconia che li rende poco lucidi. La depressione è indizio di un problema che di solito riguarda il rapporto del singolo con la realtà. Non sempre è malsana, anzi molto spesso è necessaria: in psicanalisi è considerata una fase indispensabile all'elaborazione di ogni forma di lutto, un periodo di buio che aiuta a osservare le cose con maggiore onestà. Resta il fatto che durante la depressione le cose appaiono distorte e la mancanza di lucidità può diventare molto inquietante, oltre che dolorosa. Bisogna uscirne per capirne il valore. I personaggi del romanzo perlopiù non ce la fanno, alla fine non si salva quasi nessuno.

La solitudine, il bisogno di essere amati che diventa quasi un dolore fisico e viene espresso cosi bene da Davide, attore che offre monologhi di improvvisazione nei centri sociali. “Noi vogliamo essere amati” dice. E ancora: “Nessuno ha intenzione di contraccambiare”. È questo uno dei buchi neri che affliggono la nostra società?

Penso di sì, ma è qualcosa che va oltre i rapporti d'amore o d'amicizia, perché in definitiva coincide con il mito della popolarità. Essere apprezzati senza apprezzare fa parte di un pacchetto di aspirazioni che ci sono rimaste dagli anni Ottanta, insieme alla Milano da bere, al successo in società, al Lei Non Sa Chi Sono Io e via a seguire. In questo monologo Davide parla ad alcuni coetanei, ma anche a se stesso, come persona e come attore. Poco prima dice: “Vi credevate liberi ma eravate stranamente tutti uguali, tra voi identici, con appartamenti identici, identicamente lerci, [...] le stesse parole in bocca, le stesse idee rimasticate”. Il paradosso è che in nome del desiderio di distinguersi, si finisce omologati. Nei rapporti personali, il risultato è la solitudine: se tutti vogliono essere adorati, tutti restano soli. Nel lavoro o nell’arte, può succedere qualcosa di simile: persone che vogliono essere apprezzate da altre persone che vogliono essere apprezzate, cioè un mucchio di gente che parla da sola.

“Flemma” è costruito magistralmente. Una ragnatela di storie che si inseguono a vicenda e a volte si incrociano, per dare forma a un affresco crudo e sofferto dei nostri tempi. Vorrei sapere come hai costruito la vicenda. Sei partito dai personaggi, da un sentimento di fondo, o avevi in mente una delle vicende che ha poi richiamato le altre?

Sono partito con un'intenzione e ho scritto una scaletta che ho poi modificato molte volte. Avevo alcune certezze: volevo un attore squattrinato davanti a una platea distratta, volevo parlare di Bologna e del Cilento e volevo raccontare un possibile atto criminale. Man mano che costruivo personaggi e scene mi chiarivo anche le idee. Molte cose sono venute durante il lavoro, altre sono cambiate radicalmente. Per me questo è inevitabile: non mi fido delle mie idee immediate, preferisco coltivare il dubbio e osservare le cose da punti di vista diversi, cioè lavorarci. I romanzi esistono anche per mettere in discussione le cose, per scavare nel dubbio, perché quello che sentiamo può essere confuso, complicato, e qualche volta è semplicemente sbagliato.


“La maschera sembra prendere forma […]. Soffre, il personaggio, ma il suo dolore non ha nessun oggetto, nessuna causa, viene dal corpo stesso e sul corpo si proietta. Il dolore non ha scuse”. Le maschere e il dolore. Due tematiche che ritornano in “Flemma”, si abbracciano e quasi consolano a vicenda.

Le maschere teatrali sono una delle mie ossessioni. Sono legate a riti antichi, hanno una forza enorme. Per l'attore rappresentano una sfida perché amplificano ogni gesto, ingigantiscono il corpo e l'espressività, non nascondono e anzi denudano. Ci vuole molta tecnica, per padroneggiarle, ma ci vuole anche carattere, presenza di spirito oltre che presenza scenica. Quando l'attore è bravo, il personaggio in maschera può parodiare i comportamenti comuni, oppure unire gli opposti, il bene e il male, il drammatico e il comico, e quindi può esprimere concetti, idee astratte o sentimenti. Il passaggio che hai citato è proprio una rappresentazione in maschera della depressione. Con parole simili, Rick Moody definisce la malinconia nel suo Il velo nero, citando più o meno direttamente Robert Burton. Ai depressi si chiede spesso quale sia il problema, mentre, come dice Moody, “la malinconia non si riferisce a nulla. La malinconia ha uno stile e un modo ma nessun oggetto”.

C’è un libro che citi più volte e diventa in certi momenti parte integrante della narrazione. Il libro nel libro. Vuoi parlarcene?

È un saggio di Julian Jaynes: Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza. Un libro davvero notevole. Per dirla il breve, Jaynes studia il funzionamento dei due emisferi del cervello e arriva a dimostrare che la coscienza di sé sarebbe un'acquisizione relativamente recente nella storia umana. Per cui, secondo questa teoria, le allucinazioni uditive sarebbero per così dire naturali, comuni nelle popolazioni primitive, per le quali era normale sentire le voci degli dèi e farsi guidare da loro: in assenza della coscienza di sé, il cervello guidava gli uomini attraverso l'allucinazione. Da qui viene fuori un’idea dell'uomo contemporaneo che mette in discussione molti aspetti della cultura, della religione, dell'arte, del comportamento in genere. La psicologia ortodossa non ha accettato questa teoria, ma non importa: Jaynes quantomeno dimostra quello che ha dimostrato anche Freud, ovvero la nostra naturale propensione all'autoinganno. Probabilmente non è scienza, ma di sicuro è grande letteratura.

Ho estrapolato una frase del romanzo e vorrei ce la commentassi: “Lo sconforto è un ronzio che si amplifica, una macchia d’inchiostro che si allarga e fa venire pessime idee sulla pianificazione del futuro, spinge ad arrendersi al potere degli oggetti”.

È quello che pensa un personaggio del romanzo, che ha trent'anni. Quando stavo per compierli io, mi raccontavano che il problema dei trentenni era il lavoro sicuro, oppure il dover rinunciare ai primi baci sposandosi; cioè mi raccontavano che c'era una normalità per cui dovevo combattere, fatta di famiglia, lavoro, abitudini consolidate. Diciamo che dal punto di vista di questo personaggio la questione è un'altra.

In “Flemma” si intrecciano le vicende di un paesino arretrato del Cilento, con quelle di una Bologna piena di contraddizioni e ogni giorno più ostile. Forse Davide, l’attore squattrinato e tormentato, è il trait d’union tra questi mondi apparentemente così diversi?

Sì. Davide è cresciuto in quel paesino e si è trasferito a Bologna. Io ho fatto la stessa esperienza: sono arrivato in questa città come studente universitario e, dopo la laurea, ci sono rimasto. Nel romanzo volevo le due ambientazioni, che come sottintendi tu, sono meno diverse di quanto possano sembrare. Volevo insomma raccontare la città conosciuta da chi è arrivato dalla provincia, ma anche la provincia vista da chi l'ha abbandonata.

Il romanzo è caratterizzato da un’ottima scrittura. Nitida, curata, ogni aggettivo sembra al suo posto, ogni parola ha il giusto peso. Quanto della tua attività di editor entra in campo quando vesti i panni dello scrittore? Sei molto severo con te stesso?

Sono molto più severo con me stesso che con i testi degli altri. L'editor impara a fare attenzione a ogni virgola, ma deve anche essere rispettoso e sapere dove fermare il proprio intervento, mentre lo scrittore non ha limiti in questo senso. Come editor cerco di non essere mai troppo invasivo e preferisco sempre far trovare le soluzioni all'autore. Gli insinuo il dubbio e gli lascio l'ultima parola, perché il testo appartiene a lui. Di conseguenza, come autore mi do il tormento.

Da lettrice ho sempre cercato romanzi capaci di scuotermi, ferire piuttosto che consolare. “Flemma” è un romanzo sofferto, un romanzo capace di far sanguinare, come una canzone rock, come un pezzo dei Joy Division. Credi nel potere sovversivo della scrittura?

Credo nella scrittura, tanto quanto non credo nella consolazione. A parte quello che succede oggi all'editoria, alla nostra generazione di autori o alle classifiche, il potere della scrittura è lo stesso da sempre.

“Flemma” sembra un romanzo intimo, scaturito direttamente dall’anima di chi lo ha scritto. Quanto c’è di tuo nei personaggi? Dove si è nascosto Antonio Paolacci? In una canzone, un libro, un luogo o una caratteristica in particolare?

La mia scrittura è emotiva, ma anche molto ragionata: viene in parte da una scelta stilistica e in parte dal rispetto per la mia voce. Nel raccontare una scena o un personaggio, ho bisogno di farmi coinvolgere, di conoscere a fondo anche dettagli che non emergeranno. I personaggi diventano vivi solo quando riesco a vederne le contraddizioni, la complessità e lo sguardo. In Flemma ci sono molte cose che mi riguardano: il Cilento e Bologna, il teatro, la musica, ma non ho usato le mie conoscenze per parlare di me stesso, le ho trattate come materiale, per raccontare una storia. Adesso che sono alle prese con personaggi e ambienti decisamente più lontani dalla mia esperienza personale, devo documentarmi di più, ma il mio coinvolgimento è lo stesso.

08/07/09

Flemma - Eliselle intervista Antonio Paolacci

Come e da quali suggestioni nasce Flemma?

All'inizio avevo un'idea vaga. Volevo muovermi tra la città e la provincia e mettere insieme personaggi tra loro lontani. Il primo a cui ho pensato era questo trentenne che recita monologhi satirici. In realtà, in Italia non esiste una vera tradizione di teatro satirico underground, ma anche per questo l'idea mi convinceva. Il teatro è da sempre uno specchio molto eloquente della realtà in cui viene prodotto e le condizioni di quello italiano sono abbastanza tristi. Da qui l'idea di un attore isolato, squattrinato e senza futuro, che parla a una platea distratta e arriva fino a ideare un piano balordo di rapina. Il resto è venuto dopo, non proprio di conseguenza. È stato faticoso. Scrivere è faticoso.


Quali sono state le risposte dei lettori?

Varie. Flemma può essere letto in modi differenti. Alcuni lo hanno considerato un noir, altri lo hanno definito quasi un romanzo di formazione, più o meno tutti lo hanno trovato articolato e difficile da inquadrare. Per me, le opinioni di alcuni scrittori e recensori che stimo sono state le più gratificanti, poi non saprei dirti: bisognerebbe chiedere ai lettori, magari in mia assenza.


Qual è il tuo rapporto con la scrittura e con la lettura?

Scrivere e leggere è quello che faccio, per lavoro e per passione. In effetti il piano professionale e quello personale sono abbastanza distinti. Lavorare in editoria significa conoscere autori diversi, occuparsi di testi altrui e parlare di libri da precisi punti di vista, il che mi piace, mi stimola, ma è anche frastornante. Il mio rapporto personale con lettura e scrittura è decisamente più silenzioso.


Stai lavorando a qualche nuovo progetto?

Dopo Flemma ho aperto un mio studio editoriale e quindi ho iniziato a lavorare su testi non miei. Con la scrittura mi sono tenuto in esercizio, ma ho ripreso a scrivere sul serio da poco. Al momento ho una nuova storia quasi pronta e un sacco di appunti da cestinare.

21/04/09

Lama e trama 2009

Giunto alla sua settima edizione e reduce dallo straordinario successo dello scorso anno che lo ha visto crescere e primeggiare nel panorama delle analoghe manifestazioni italiane, Lama e trama si ripropone anche quest'anno con grandi novità, affermandosi definitivamente come il premio più prestigioso riservato alle narrazioni brevi di genere giallo e noir.

Tutti i bandi con i moduli di partecipazione sono scaricabili dal sito www.lamaetrama.it in formato .pdf.

Nuovi premi
Dopo aver affiancato, nel 2008, al tradizionale premio riservato al racconto, altri due riconoscimenti, dedicati al radiodramma e alle tesi di laurea e di dottorato, con l'edizione 2009 Lama e trama premierà i monologhi teatrali e i cortometraggi cinematografici.

Giurie del 2009
Dopo sei edizioni presiedute da Luigi Bernardi, nel 2009 il premio avrà tre giurie separate. A coordinarle sarà Antonio Paolacci, scrittore, collaboratore di Luigi Bernardi e curatore del premio dall'edizione 2008.

Giurati della sezione racconto
Elisabetta Bucciarelli (Scrittrice, drammaturga, saggista)
Alberto Custerlina (Scrittore)
Diana Lama (Scrittrice e sceneggiatrice)

Giurati della sezione monologo teatrale
Nicola Bonazzi (Attore, drammaturgo e regista)
Rosario Palazzolo (Attore, drammaturgo, regista e scrittore)
Fabio Scaramucci (Attore, autore e regista)

Giurati della sezione cortometraggio cinematografico
Piero Pieri (Regista e programmista della Rai Radiotelevisione italiana)
Biagio Proietti (Regista e sceneggiatore cinematografico)
Ferdinando Vicentini Orgnani (Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico)

Come ogni anno, Lama e trama assegnerà inoltre il prestigioso Premio alla carriera a uno scrittore che abbia marcato con le sue opere la storia del giallo e del noir italiano.

info
www.lamaetrama.it