di Alessandro Vietti
[Ripropongo qui l'acuto post-recensione dello scrittore Alessandro Vietti, da lui pubblicato all'uscita di Piano Americano]
Se per caso me l'avete già sentito dire, perdonatemi, ma non mi stanco mai di ripetere che, a mio avviso, una delle maggiori prerogative della letteratura, quella vera, quella che conta, quella che ha più senso fare (e leggere) in ambito contemporaneo, sia quella che cerca, che tenta di percorrere nuove strade, che affronta nuovi (o vecchi) temi, ma in modi inediti, quella che rinnova le modalità espressive, che ci presenta nuovi stili, nuovi impianti, strutture innovative, quella animata da coraggio e da intenti rivoluzionari, se vogliamo. E questo è importante soprattutto oggi, un momento storico in cui il mercato editoriale (italiano) privilegia la ripetizione infinita di cliché collaudati e rassicuranti, inseguiti dagli editori per compiacere il pubblico di massa, che è quello che fa i numeri e, dunque, le vendite che contano. In poche parole, la letteratura che piace a me è quella ambiziosa, che osa. Però nel contempo tutto questo non deve neanche essere fine a se stesso, non deve servire all'autore per dire al lettore "Ehi, guarda qui come sono bravo!", nessuno vuole un semplice esercizio estetico, bensì un’energia, un'espressività e una creatività funzionali a capire (meglio) il mondo e magari rivelarci qualcosa di noi stessi in relazione con esso, qualcosa che è sepolto, ma è già dentro di noi, ma che ancora non abbiamo illuminato con la luce della coscienza. David Foster Wallace (e forse non solo lui) diceva che la letteratura migliore è quella rivelatoria, quella nella quale il lettore identifica un percorso di compartecipazione con le idee espresse dall'autore che, come in un'epifania improvvisa, gli fanno dire: "Caspita, anch'io penso questo!" e rendersi conto di averne consapevolezza per la prima volta solo in quell'esatto momento. Così quando mi capitano per le mani libri che con me riescono a fare proprio questo, e a più riprese, è inutile: godo.
