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03/06/16

Gomorra – Di cosa stiamo parlando?


Ecco una serie televisiva italiana che merita successo e lo ottiene, anche all’estero, ed ecco che qui da noi è subito polemica.

Del resto, qui da noi, è già difficile vederli, i prodotti culturali di qualità. È difficile che esistano, perché i primi a boicottarli sono proprio gli addetti alla cultura, i produttori e gli editori, i critici e gli opinionisti vari, che del proprio lavoro hanno poche idee e perlopiù sbagliate.
Una di queste, per esempio, è che per ottenere successo in Italia si debba avere un nome famoso (Accorsi, Scamarcio, Roberto Vecchioni) che faccia da sponsor e presunto trascinatore dell’affetto della gente.
Diciamolo subito: credo che questo assunto sbagliato sia anche alla base dell’unico difetto che io vedo in Gomorra – La serie: il fatto, dico, che il progetto ruoti intorno a un nome estraneo ai meriti oggettivi del prodotto (mi riferisco alla sua qualità squisitamente cinematografica), quello di Roberto Saviano.

19/02/16

Perché un laboratorio di editoria e scrittura

In alcuni anni di lavoro in editoria, ho potuto verificare quanto siano diffusi certi luoghi comuni sul mestiere di scrivere e sul lavoro dell’editore: nozioni approssimative o del tutto erronee, preconcetti, disinformazioni che alimentano un’idea del mondo dei libri abbastanza falsata. Queste inesattezze, troppo diffuse e date per scontate, alle volte ingannano non solo gli aspiranti scrittori ma anche alcuni autori pubblicati.

29/09/15

Il nuovo anno di Progetto Santiago

È passato un anno dalla nascita di Progetto Santiago, un lungo anno durante il quale abbiamo costruito e fatto andare avanti un progetto culturale appassionante, gestito nella sua interezza soltanto da scrittori, artisti e professionisti indipendenti.
Per cominciare, posso quindi dire che una prima scommessa l’abbiamo già vinta. Dalla fine del 2014 svolgiamo attività didattiche e formative, organizziamo corsi, seminari, eventi e laboratori in diverse città...

31/08/15

Il mio primo romanzo

Il mio primo romanzo è uscito nel 2007. Si intitola Flemma e sta per uscire di nuovo, ripubblicato da Morellini Editore.
L’avevo scritto tra il 2005 e il 2006 e ci avevo impiegato più di anno, non solo perché era per me un lavoro ambizioso, ma anche perché il lavoro (ambizioso) consisteva in buona parte nella definizione di me stesso come autore, nella ricerca e nel rispetto della mia voce, nella delimitazione di una mia scrittura.
Il romanzo aspirava a un’estetica sociale e letteraria insieme: guardando da una certa distanza i generi tradizionali legati al tema del crimine, della colpa e dell’innocenza, in Flemma ho inseguito il respiro di una generazione che mi pareva muoversi come un adulto divenuto improvvisamente cieco e che non fosse in grado tuttavia di ammetterlo. Si era a metà degli anni Zero, mentre scrivevo, e la situazione scandalosa di dominio da parte della mediocrità non aveva ancora colpito le mie fondamenta: l’operazione aveva senso. Mi pareva che le menti migliori cercassero di venire a capo dei fenomeni culturali e sociali che tormentavano anche me. E lavorai in questa direzione, come facevano loro. Mi dedicai quindi alla disgregazione delle disgregazioni, costruendo un romanzo che Valter Binaghi avrebbe poi definito “una scomposizione cubista della scena del crimine”. Non guardavo alle forme consolidate della narrativa italiana: guardavo oltreoceano, anche convinto del fatto che la mia generazione avesse maggiore dipendenza dalla cultura americana che da quella europea, essendo noi cresciuti più davanti a uno schermo che per strada.
A stesura terminata, lo inviai a una persona soltanto. Lo inviai solo a Luigi Bernardi, che all’epoca era stato il mio insegnante in un paio di corsi di scrittura. Passò un mese, poi due, poi tre, poi Luigi mi mandò un SMS, nel quale diceva: Sei pronto all’esordio. Sei mesi dopo Flemma era in libreria e io iniziavo a diventare l’uomo che sono oggi. Di lì a poco avrei iniziato a lavorare con Luigi ai libri Perdisa Pop, nel giro di qualche anno sarei diventato editor e direttore editoriale.

Intorno al 2008, Luigi mi disse che Flemma aveva diritto a una seconda vita almeno. Mi disse che avrei dovuto prima o poi fare qualcosa per farlo esistere in un nuovo contesto editoriale. Così ho fatto, appena mi è stato possibile, cioè nel 2015, quando scadeva il contratto della sua prima edizione.
Ed eccoci qui: molte cose sono cambiate in me e intorno a me. Il lavoro editoriale mi ha insegnato ciò che sempre insegna l’esperienza, ovvero il disincanto. Ed è forse inutile dirvi che rileggere Flemma oggi vuol dire per me leggere un romanzo che non riscriverei più, non a quel modo. Ma è giusto così: l’autore di quel libro era un tizio di poco più di trent’anni che non sono più io: un autore con un’altra voce e altre idee sulla propria scrittura, ma un autore che aveva cose da dire e che mi sembra ancora capace di dirle in quelle pagine.
Su questo mi sono confrontato con il nuovo editore, come era giusto. La domanda che ci ponevamo riguardava il grado di rispetto che dovevo a quel testo. Da parte mia sapevo di doverne rispettare l’indole, perché il suo bello è anche nascosto nella sua attuale distanza da me. Era un romanzo autentico, molto sentito, carico di partecipazione.
Alla fine ho deciso di fare una sola modifica importante. Ho eliminato in particolare uno dei personaggi, il che non ha quasi cambiato il libro, e per niente le intenzioni che lo animavano, ma ha reso possibile la rimozione di una dose eccessiva di informazioni, tipica dell’esordiente.


La nuova versione è dedicata alla memoria di Luigi Bernardi e Valter Binaghi.

19/02/15

Mondadori acquista Rcs, e io?


Dunque è ufficiale: ieri Mondadori ha reso pubblica l'offerta d'acquisto. E così da ieri gli addetti ai lavori cercano di spiegare ai lettori che, se Mondadori acquista Rcs Libri, le conseguenze potrebbero essere funeste.
Spiegarlo sembra necessario anche perché gli effetti di questa operazione potrebbero restare del tutto ignoti ai profani: i singoli editori del gruppo Rcs (oltre a Rizzoli e Bompiani c’è anche Adelphi, per dire) potrebbero mantenere (almeno per un po’) una linea autonoma, anche di qualità, e il disastro resterebbe invisibile ai più.
Ma ci sarebbe eccome, inutile dirlo: se tutta la baracca finisce nelle mani di un unico soggetto, l’autonomia e la qualità non sarebbero più garantite dalla libera concorrenza (ehm, come oggi?), ma solo dalla volontà di quel soggetto.
Per questo, da quando la notizia è pubblica, molti addetti ai lavori hanno reagito, con il consueto diciamo-ottimismo, sottolineando che siamo alla catastrofe totale: presto sarà impossibile promuovere l’originalità (ehm, come accade oggi?), ci venderanno solo ciofeche e penalizzeranno i libri diversi da quelli che vuole il pubblico di massa (mentre oggi… ehm).
«Dovrebbe intervenire l'Antitrust», scrivono alcuni: «Un unico soggetto arriva a controllare più del 60% di un mercato: è uno scandalo!», «È la pietra tombale sull‘editoria italiana», ecc.
Insomma è l’inizio di un’editoria dittatoriale?

Siamo seri. Non è affatto l’inizio.
La creazione di una sorta di Editore Unico in Italia è un’operazione in corso da anni. L’unione di Mondadori e Rcs, per intenderci, non sarebbe nemmeno un grosso problema se gli editori piccoli e medi potessero comunque combattere ad armi pari, se cioè l’Editore maiuscolo non nascesse quando i distributori, le librerie di catena e i mezzi di informazione sono assorbiti, unificati o controllati da un sistema che ha già affossato l’editoria piccola e media.
Chi mi segue sa di che parlo, dal momento che ne parlo da anni. Ma chi mi segue sa pure che non ne parlo soltanto: ho proposto soluzioni, lanciato iniziative, ho cercato di superare il vittimismo e la lamentela con concretezza e realismo.
E lo scorso ottobre è nato Progetto Santiago, non senza fatica, non senza paura, ma è nato e – se non si fosse capito – è nato proprio per queste ragioni.
Del resto, alla nascita di Progetto Santiago gli addetti ai lavori reagiscono di massima in tre modi, in base ai casi: a) con il sostegno, l’interesse o l’adesione convinta, b) con il tentativo di critica di stampo più o meno trollista, c) con il silenzio o la balbuzie, un po’ come Arthur Fonzarelli quando doveva dire «Ho sbagliato».

08/10/14

Punti di arrivo e punti di partenza

Se siete qui, siete in rete. E se siete in rete probabilmente conoscere meglio di me nomi come The Jackal o Slim Dogs.
Se invece non sapete chi siano e volete conoscerli, fatelo, ne vale la pena e loro lo meritano. Ma nel farlo non fermatevi all’apparenza.
In apparenza potreste vedere dei ragazzi diciamo normali che realizzano video destinati al web. Sempre in apparenza, il loro successo sul web dipende dal fatto che i video sono divertenti e loro sono simpatici. Solo che il loro non è affatto un hobby, è un’attività seria e impegnativa.
Perché sono sul web e non, per esempio, in tv? La risposta è facile: il web consente loro quello che l’ambiente del cinema, del teatro o della tv non consentono più.
Eppure, evidentemente, sono professionisti. Se per esempio il cortometraggio qui sotto vi diverte, state attenti a notare il perché: la trama è una cazzata totale, la realizzazione è tutto. Se vi diverte è per via di una conoscenza profonda del linguaggio cinematografico e di una competenza tecnica acquisita e messa in opera.
Questi ragazzi conoscono il mestiere a un livello che molti professionisti del cinema italiano (per non parlare della tv) si sognano.
Pensate che meriterebbero di lavorare per la tv italiana? Io dico che meritano di più.



Per molti della mia generazione (e non solo) avere successo vuol dire raggiungere quelle mete che fin da piccoli ci hanno indicato e insieme precluso: se fate video d’intrattenimento, quella meta è la tv; se scrivete libri, è la pubblicazione con grandi editori, la grossa tiratura, e possibilmente (di nuovo) la tv.
Ma oggi molte persone che lavorano in ambito editoriale stanno finalmente vedendo che l’intero meccanismo è sbagliato e la realtà non è solo ingiusta, ma spesso è proprio ridicola.
L’editoria è al collasso: non è più il caso di dire che è sempre stata in crisi e lo è anche adesso. La situazione è molto seria: la crisi è già acqua passata.
È tardi. L’editoria ha cambiato struttura: le case editrici, i distributori, le librerie, tutto funziona in modo assai diverso rispetto a pochi anni fa. Non è solo questione di soldi che mancano: il sentiero che abbiamo percorso in passato, convinti che portasse da qualche parte, oggi sappiamo che porta al baratro. Lavorare con le regole attuali non ha più senso: se siete fortunati, vi porterà a dipendere da gente che limita le vostre idee e vi costringe a realizzare idiozie.

E va bene lavorare per lavorare, ma la libertà espressiva è alla base del nostro mestiere. Se viene limitata, il senso delle cose che facciamo a un certo punto si perde.
Ma non fraintendetemi: la strada alternativa non può essere l’indipendenza del singolo. Se parliamo di editoria e scrittura, la sola alternativa sembra essere l’autoproduzione, l’autopubblicazione con tutto ciò che si porta dietro: nessuna distinzione tra un buon libro e una ciofeca, nessun filtro, la perdita totale di criteri di selezione… Ma questa non è, non può essere l’unica alternativa a un mercato editoriale assurdo e al collasso.
Oggi ognuno può scrivere e rendere pubblico un romanzo o altro, così come ognuno può fare un video e renderlo pubblico: occorre qualcosa che in questo frastuono riesca a separare la musica dal rumore.

Se ho scelto di iniziare parlando di The Jackal e Slim Dogs è perché volevo che fosse chiaro un fatto: il web può veicolare anche belle cose, e in questi casi – per esempio – i presupposti non sono affatto uno scherzo: questi ragazzi non sono degli amici senza competenze che si sono messi a fare video cazzoni per il web. Sono professionisti che si sono uniti per lavorare.

Per cui, ciò premesso, parliamo di noi.
Ad aprile avevo scritto un post su questo blog che si chiudeva accennando a un progetto al quale stavo lavorando. Non c’entra niente con i video, niente con i molti videomaker più o meno capaci che potremmo citare ancora. Non c’entra se non per il fatto che l’editoria è arrivata a somigliare fin troppo alla tv, e dunque si parte da presupposti simili.
Per realizzare questo progetto abbiamo dovuto affrontare mille imprevisti, ritardi e ostruzionismi. Quando si inventa una cosa nuova, occorre imparare altri mestieri, per poter fare il nostro. Ogni tappa nascondeva un tranello, una buca, un intoppo. Ma abbiamo superato tutto, perché tutto era superabile.
Saprete chi siamo e cosa abbiamo pensato di realizzare la prossima settimana.
Nel frattempo, se vi piace, mettete questo video a schermo intero e godetevi la sua bellezza:




16/07/14

Binaghi a Sanremo (con una riflessione implicita sul crollo del mercato editoriale)

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

Ieri sera ho partecipato a una gran bella serata in onore di Valter Binaghi.
L’incontro si è svolto all’interno del Casinò di Sanremo, perché l’ultimo libro di Valter ha per tema il gioco d’azzardo.
E solo adesso, nel dare questo titolo a questo post, mi rendo conto che ha una certa potenzialità ironica, dico il titolo prima della parentesi, dal momento che lo scrittore Binaghi, tra l’altro, cantava.
Certo, come «cantante» Valter era lontano da Sanremo più o meno quanto la Terra dista da Krypton, e mi scuso per la qualità della battuta, ma terrò questo titolo, anche perché in qualche modo il suo lato sarcastico c’entra con quanto sto per dire.

In effetti potrei elencare diverse strane coincidenze che riguardano Valter e me. Tra le quali c’è il fatto che il suo nome apre e chiude cronologicamente il catalogo Perdisa Pop, e Valter è stato uno degli uomini che più ha saputo darmi forza sia quando ho esordito come autore (con Perdisa Pop) sia dopo, quando ho iniziato a fare l’editor. Parlare con lui, ascoltarlo, leggerlo significava vedere la caparbietà in azione, l’ostinazione se preferite, ma soprattutto la necessità di non tollerare mai l’idiozia e non accettare compromessi anche quando tutto intorno sembra crollare.

Poi oggi, a un anno quasi esatto dalla sua scomparsa, a causa di Valter Binaghi (chi l’avrebbe mai detto) mi sono svegliato nientemeno che in un albergo di Sanremo.
A metà mattina ho attraversato il paese a piedi, diretto in stazione, e ho guardato con attenzione dov’ero. La spiaggia era piena di bagnanti e il centro era un insieme variegato di persone a passeggio, turisti francesi, tedeschi, liguri, e ovviamente mucchi di fiori.
Perché, come sapete, quel paese conta poco più di cinquantamila abitanti eppure è molto famoso per almeno tre cose diverse (la seconda è il Casinò, la terza i fiori).
Un posto strano, insomma, dove a luglio per esempio puoi incontrare bambini francesi col gelato in mano che chiedono ai genitori chi diavolo sia quel tizio della statua in via Matteotti, lì a pochi metri dal teatro Ariston, e vedere che i genitori non sanno rispondere, essendo giustamente all’oscuro dell’importanza storica di Mike Bongiorno.

Sì. C’è davvero. Io l’ho vista. Potrebbe sembrare l’installazione di un artista graffiante, potete interpretarla come una provocazione, potete fingere che sia uno scherzo situazionista, ma è proprio una statua in memoria di Mike Bongiorno, e ovviamente potete riderne, tollerarla, abituarvi all’idea, ma qui nessuno vi biasimerà se direte che anche a voi fa accapponare la pelle.

Gli scrittori, quelli veri, ci insegnano che molte cose in apparenza innocue possono essere considerate da diversi punti di vista. Per esempio: Sanremo è proprio una bella cittadina, piena di fiori e canzoni d’amor, ma basta spostare appena il punto di vista e i fiori possono diventare un simbolo supremo di mascheramento, di distrazione, di copertura, e allora questo posto potrebbe apparire come un luogo rancido, ricoperto di colori e profumi artificiosi, dove regnano piuttosto frustrazione e brama di successo, dolore inflitto dal gioco d’azzardo, dal tritacarne dell’industria dello spettacolo, dalle crisi d’astinenza.

E, vista così, Sanremo potrebbe trasformarsi nella capitale simbolica di quella realtà rappresentata dai mezzi di rincoglionimento di massa.
C’è un mondo là fuori fatto di gente che crede nel successo, che crede che il successo sia quella cosa fatta di soldi e televisione, e che confonde questo pseudo-successo con l’importanza. Lo confonde al punto da erigere monumenti a figure che non hanno dato nessun contributo né al progresso né alla conoscenza.

E così vengo al punto. Cioè torno a Valter Binaghi.
Dello scrittore che è stato (che è) si potrebbe parlare a lungo. Ieri sera lo abbiamo fatto per un paio d’ore e siamo riusciti a stento a dare alcune informazioni minime.
Valter ha scritto libri che rifiutano ogni piattezza, sempre alla ricerca di altre verità. E anche quando ha usato i generi di intrattenimento non ha mai ceduto di un passo alla cultura dell’intrattenimento. Anzi. Ha scritto pagine dure e precise contro la non-cultura propria di un mondo che a Sanremo, a prima vista, sembra l’unico mondo possibile.

Perché, vedete, io stamattina a Sanremo ho pensato per l’ennesima volta quello che pensa ogni pensona che ha letto un po’ di libri e si ritrova, mettiamo, in via Montenapoleone a Milano: che esistono due specie animali diverse, entrambe definite «umane» ma lontane tra loro come le ostriche dai volatili (per dire). E non parlo di classi sociali. Parlo di uso del cervello, di due universi tanto separati che non sono in grado di capirsi, di comunicare o trasferirsi a vicenda una minima informazione che sia utile. Due mondi che ieri sera a Sanremo erano rappresentati rispettivamente dai lettori (e autori) di libri e dal contesto in cui questi si incontravano, un contesto fatto di canzoni inascoltabili che fatturano come anni di un lavoro ragionevole, di occhi spenti alle slot machine, di corpi pericolanti come impalcature che sorreggono a fatica vestiti e opere decennali di chirurgia estetica.

Si sarebbe divertito Valter Binaghi se ieri sera fosse stato con noi al Casinò di Sanremo?
Non ne ho idea. Forse no. Forse avrebbe litigato con qualcuno, forse avrebbe fatto un’acuta riflessione su quanto l’editoria attuale stia cercando di adeguarsi ai non-gusti di quella specie animale detta «umana» eppure tanto diversa da noi, ma forse avrebbe sorriso all’idea di essere celebrato proprio lì, come una mina piazzata al punto giusto, al centro della tana del nemico, là dove si erigono statue in memoria di tizi che reggono in mano – invece che armi, fiaccole o libri – una scritta che indica in breve il modo migliore per non vedere la realtà: Allegria, punto esclamativo.

11/06/14

Storia del più famoso rapimento alieno in Italia

Questa non è una storia inventata. È una ricostruzione fedele che mette alla prova la vostra logica. È uno spettacolo teatrale che va ben oltre il racconto di un presunto rapimento alieno.

Io ho collaborato alla drammaturgia, ma l’autore, regista e unico interprete è Maurizio Patella.
Lo spettacolo andrà in scena per la prima volta a fine giugno.

Il testo si è aggiudicato la menzione speciale “Franco Quadri” al Premio Riccione per il teatro 2013.

Loro. Storia del più famoso rapimento alieno in Italia
Di e con Maurizio Patella
Collaborazione alla drammaturgia Antonio Paolacci
Luci Davide Rogodanza
Con il sostegno di Scarlattine Teatro e Kilowatt Festival

Nel dicembre del 1978 il metronotte Piero Fortunato Zanfretta, durante un giro di ispezione in alcune ville dell’entroterra ligure, si imbatte, a suo dire, in degli «esseri enormi, alti circa tre metri». Da allora la sua vita non sarà più la stessa, anche perché da quella notte, in quella zona, le testimonianze su strani fenomeni e avvistamenti iniziano ad accumularsi in modo sorprendente, e sembrano tutte più che attendibili. Da subito, l'episodio diventa un fatto di cronaca di cui si occupano i principali giornali e Zanfretta si ritrova al centro dei riflettori. Ma sarà solo l'inizio di una serie incredibile di avvenimenti. Ancora oggi il caso Zanfretta è ricordato come uno dei più importanti racconti di questo genere al mondo.

Solo che, appena ci si addentra nella storia, irrompe il grottesco, il ridicolo, la caricatura da film di cassetta: tra inseguimenti nella notte, astronavi e robot camuffati da timidi passanti, ci sono questi alieni goffi, troppo goffi, che porterebbero avanti un progetto demenziale di colonizzazione terrestre, approdando per altro tra i genovesi, in un incontro impossibile.
Intanto, sullo sfondo, si agita l’Italia della fine degli anni Settanta, ingenua e piena di speranze, ma anche colpita da fatti ben più drammatici e di portata storica…

Dopo aver studiato a fondo le testimonianze, gli articoli, i documenti video e audio, Maurizio Patella – in equilibrio perfetto tra teatro documentaristico, monologo satirico e teatro d’animazione – è riuscito a far esplodere questa storia in tutte le direzioni: senza rinunciare né alla presa in giro degli aspetti più ridicoli né all’analisi dei fatti oggettivamente inspiegabili, ha messo insieme uno spettacolo funambolico, giocoso e divertente, in cui predominano significativamente il registro comico e l’uso di pupazzi e giocattoli infantili animati.

In più, il testo snocciola i diversi aspetti dell'enigma come forse nessuno ha fatto prima, né chi ha creduto ai testimoni, né chi ha preferito liquidare quei fatti come semplici sciocchezze. Il tutto senza mai rinunciare al potere suggestivo e dissacrante del teatro.

Il risultato è uno spettacolo in grado di far ridere sonoramente, ma anche di aprire non pochi interrogativi nella testa di ogni spettatore. Tanto chi è scettico quanto chi tende a credere ai casi di abduction si troverà al confine tra realtà e finzione e dovrà interrogarsi sull’attendibilità delle ricostruzioni, sui modelli di comunicazione e sulla cultura passata e presente del nostro Paese.

Per me, un lavoro stimolante e interessantissimo. È stato un piacere e un grande divertimento aver collaborato alla drammaturgia.


Lo spettacolo andrà in scena per la prima volta all’interno del Festival Il Giardino delle Esperidi il 27 giugno alle 22.00 a Campsirago di Collebrianza (LC), palazzo Gambassi, e sarà replicato il 29 giugno alle 21.00 presso il municipio di Ello (LC).

26/05/14

Particolari in chiaro

Ecco il testo (scritto per l'occasione) che ho letto durante l'incontro Un giorno vi racconterò. Ricordo di Luigi Bernardi


Luigi Bernardi era un bastardo. Ve lo dico, ma tanto lo sapete anche voi. Ti faceva incazzare, brontolava di continuo, ti metteva in difficoltà. E poi odiava essere chiamato maestro ma ogni tanto faceva proprio come certi maestri zen, avete presente: ti tirava una randellata senza nessun motivo apparente. Tu eri lì, tranquillo a dire o fare qualcosa di normalissimo, e lui bam!, ti randellava. Era un bastardo, Luigi Bernardi, ed era facile dargli del bastardo se non riuscivi a capire che la randellata serviva a svegliarti, a farti uscire dai tuoi comodi percorsi mentali.

Immaginate la scena seguente. Siamo a Maniago, una sera di non so più che anno, per il premio Lama e trama. Alla fine delle premiazioni c’è questa cena con tutti i partecipanti. Gente di ogni età e di ogni parte d’Italia che ha scritto racconti pieni di squartamenti a mezzo coltelli da cucina. C’è questa tavolata con sette o otto persone sconosciute. Uno dei ragazzi, magro, ventenne, speranzoso, per farsi notare da Luigi inizia a parlare male di Faletti. (Fabio Volo non c’era ancora: erano gli anni in cui si parlava male di Giorgio Faletti).
E insomma: «Il successo di Faletti fa venire il voltastomaco», dice il ragazzo, e gli altri aspiranti scrittori seduti con noi gli danno ragione: «Faletti non sa scrivere», «Mi chiedo perché la gente compra i libri di Faletti». Eccetera.
Conoscono Luigi Bernardi come un burbero incazzoso, un intellettuale che dice le cose come stanno, per cui credo che tutti si aspettino di sentirlo d’accordo, pronto a tuonare contro Faletti, e chi lo legge, e chi lo pubblica. Ma Luigi zitto, non reagisce. Mangia. Inespressivo. Allora il ragazzo non resiste e lo chiama in causa: «Luigi», gli fa, «non sei d’accordo?».
Il Bernardi alza la testa dal piatto, fa un respiro e dice, serissimo: «Guarda. Non dovrei dirlo, ma la verità è che i libri di Faletti li ha scritti tutti Paolacci».

Per fortuna io riesco a trattenere la risata. È solo un attimo. Fossi scoppiato a ridere avrei rovinato la scena. Perché la cosa interessante di questa storia è che a quel punto è calato il gelo. C’erano sette o otto persone a quella tavola, e tutti negli ultimi dieci minuti avevano parlato male dei libri di Faletti, e tutti a quel punto hanno creduto per un attimo che il vero autore di quei libri fossi io, ovvero il giovane scrittore sconosciuto che collaborava con Bernardi.
In un colpo solo, Luigi aveva infilato tre o quattro randellate a ognuno di loro, e senza nemmeno essere in reale disaccordo con quanto dicevano. Solo dopo, solo quando hanno capito che era uno scherzo, sono sicuro che i più svegli di loro hanno riflettuto bene e hanno recepito il messaggio. Che era questo: è meglio non dare mai niente per scontato, prima di emettere un giudizio è bene considerare quanto si sa in merito a ciò che si giudica, e cosa si sa delle persone a cui si sta parlando.

Gianni Montieri, che ringrazio, ha voluto che questa serata prendesse il titolo da un mio pezzo dello scorso aprile, in cui dicevo che Luigi usava spesso la frase «Un giorno vi racconterò…» appunto per spiazzare chi esprimeva opinioni facili su cose che non conosceva a fondo. Più esattamente, scrivevo che questo era il suo modo per far capire ai meno informati che l’editoria è molto diversa da ciò che credono sia: «Un giorno vi racconterò come lavorano davvero quelli di [una nota casa editrice]», diceva. Oppure: «Un giorno vi racconterò come la pensa davvero [uno scrittore famoso]». Poi questo giorno non veniva mai, non raccontava niente alle persone di cui non si fidava, ma riusciva comunque a insinuare dubbi, che è poi il primo dovere del vero narratore.

Se vado indietro con la memoria e provo a ricordare in che modo è iniziata la nostra collaborazione, mi tornano in mente le facce di molta gente. Persone che si chiedevano da dove cavolo spuntassi io, questo tizio che a un certo punto il Bernardi aveva iniziato a coinvolgere in varie cose che faceva.
Se domandaste a me il perché di questa sua scelta, vi risponderei che a un certo punto abbiamo capito che ci intendevamo. Niente di più, ma soprattutto niente di meno: è una cosa rarissima e preziosa, nell’ambiente editoriale, trovare qualcuno con cui ti intendi davvero. So che molti di voi qui presenti stasera sanno di cosa sto parlando perché con Luigi hanno provato la stessa cosa: quella sensazione appagante di sentire che qualcuno è d’accordo con te su cose che la gran parte della gente non capisce nemmeno se gliele spieghi. Punti di vista sul mondo. Punti di vista sulla scrittura.
Però no, signori. Non siamo una ristretta cerchia di sfigati. Nossignore. Non siamo nemmeno una minoranza o quel mostro contemporaneo che alcuni chiamano Nicchia (scrittori di nicchia, libri di nicchia). Col cazzo. Per spiegarvi meglio, lasciatemi citare David Foster Wallace. Perché è anche di Wallace che stiamo parlando. E non del Wallace depresso, del Wallace suicida che ci ha lasciati orfani, ma di quello ottimista, quello che ci faceva sentire meno soli, quello che credeva nella letteratura e che usava la scrittura come occasione di incontro tra intelligenze.

Quando uscì in Italia l’intervista di Lipsky a Wallace, Luigi postò su Facebook un brano che io avevo sottolineato nella mia copia del libro tipo un’ora prima di vederlo sulla sua bacheca. (Ecco di cosa parliamo, quando parliamo di intesa.) Il brano era questo:

Gli scrittori hanno la licenza e anche la libertà di mettersi seduti da una parte… di mettersi seduti da una parte, stringere i pugni e rendersi mostruosamente consapevoli delle cose che in genere noi percepiamo solo fino a un certo punto. E se uno scrittore fa bene il suo lavoro, in pratica non fa altro che ricordare al lettore quanto è intelligente – il lettore, intendo. Cioè, gli apre gli occhi su qualcosa che il lettore sapeva già da prima. E la questione non è che lo scrittore ha maggiori capacità rispetto a una persona qualunque. È che lo scrittore è pronto, secondo me, a tagliarsi fuori, a isolarsi da certe cose e sviluppare… e pensare, tutto qui, pensare molto intensamente. Cosa che non tutti possono permettersi il lusso di fare.

Questo concetto, questo pensiero così semplicemente espresso da Wallace su quale sia in definitiva il lavoro dello scrittore, sfuggiva e sfugge alla gran parte delle persone in circolazione. I superficiali – e cioè quelli a cui stiamo concedendo sempre più spazio – sono quelli che vorrebbero essere scrittori senza mai mettersi in discussione, senza dover riflettere intensamente, per non correre il rischio di dover ammettere i propri errori di valutazione. Sono quelli che vorrebbero essere per genetica incapaci di sbagliare, in modo da poter giudicare tutto e tutti al volo, senza il bisogno di approfondire, di riflettere, di non dare mai niente per scontato.

Un paio di settimane fa, parlandone sul suo blog, Giampaolo Simi accennava al fatto che da qualche anno Luigi aveva smesso di essere ottimista. È vero. Verissimo: negli ultimi anni continuava a dire che in editoria tutto stava andando in malora. Lo raccontavo proprio in quel pezzo che ho scritto ad aprile. Eppure, come scriveva Simi, «vi posso assicurare che ha saputo essere una delle persone più ottimiste che abbia mai conosciuto». Ed è verissimo pure questo.
Anzi, in un certo senso io potrei garantirvi che Luigi Bernardi non è mai stato davvero pessimista. Lo era, e molto, per quanto riguarda lo stato e il futuro dell’editoria. Lo era su molte altre cose. Ma ricordo bene che tutte le volte in cui ero io a dire «È uno schifo, io smetto di scrivere, è tutto finito», quel bastardo rispondeva: «Non dire cazzate, Paolacci. Non è finito proprio niente».


05/04/14

Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop | Articolo


Non so quante volte ho sentito Luigi Bernardi iniziare una frase con «Un giorno vi racconterò».
Era il suo modo per far capire ai meno informati che l’editoria è molto diversa da ciò che credono sia: «Un giorno vi racconterò come lavorano davvero quelli di [una nota casa editrice]», diceva. Oppure: «Un giorno vi racconterò come la pensa davvero [uno scrittore famoso]».
Poi questo giorno non veniva mai, non raccontava niente alle persone di cui non si fidava, ma riusciva comunque a insinuare dubbi, che è poi il primo dovere del vero narratore.

Quando mi annunciò che avrebbe lasciato l’editoria, per me non fu una sorpresa. Da almeno un paio d’anni mi diceva che era stufo, che voleva scrivere e basta, che appena possibile lo avrebbe fatto. E io, per quanto temessi che alle sue dimissioni avrei perso il lavoro, non cercavo di dissuaderlo: ogni volta gli dicevo che l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto; che se io ero stanco dopo pochi anni, figurarsi lui dopo più di trenta.
La notizia vera e propria me la diede alla fine del 2010. Della sua malattia non sapeva ancora nulla. Smetteva di fare l’editor perché non ne poteva più e voleva scrivere, scrivere e basta.

Mi invitò a pranzo a casa sua. Mangiammo crescentine e tigelle parlando delle cose che stavamo scrivendo, bevemmo chinotto, due caffè a testa, dopodiché mi disse che aveva deciso: smetteva, e voleva lasciare a me la direzione di Perdisa Pop.
Mi chiese se me la sentivo. Risposi di sì, naturalmente. A quel punto diventò serio e mi fece un discorso che non dimenticherò.
Disse che in oltre trent’anni non aveva mai visto l’editoria conciata tanto male. Un mestiere allo sfascio, diceva, dove per fare qualcosa di interessante ti tocca combattere in modo iniquo con un esercito di imbecilli che affossano l’intelligenza.
Aggiunse che anche Perdisa Pop non avrebbe retto ancora a lungo. Per cui dovevo pensarci bene: se accettavo di dirigere il marchio dovevo accollarmi il grosso rischio che la fine di Perdisa Pop – se fosse arrivata dopo pochi mesi dalle sue dimissioni – sarebbe stata attribuita a me.
Gli chiesi se secondo lui poteva durare almeno un anno. Mi rispose che, nelle condizioni in cui si era all’epoca, sarebbe stato difficile. Occorreva inventarsi qualcosa, e dovevo farlo io, se accettavo, dal momento che lui non ne poteva più.

Difatti, nel settembre del 2011, Alberto Perdisa mi comunicò che intendeva chiudere di lì a due mesi.
Ne erano passati appena cinque dalle dimissioni di Bernardi e il primo titolo con me in veste di direttore editoriale non era ancora nemmeno in libreria. Come editor ero bruciato.
O meglio, avevo due sole possibilità: diventare uno dei troppi aspiranti editor armati di curriculum sui pianerottoli di altri editori (con l’aggravante di aver diretto un marchio giusto il tempo della sua fine), oppure combattere con l’unica arma che avevo: altri due mesi prima della chiusura.

Ridisegnai piani editoriali e strategie aziendali, cercai autori precisi da pubblicare, reimpostai la comunicazione della casa editrice… Le mie mosse erano bollate come fallimentari da quasi tutti: si trattava di dichiarare apertamente la nostra politica e prendere la strada contraria a quella imboccata dall’editoria attuale, ridurre le uscite annuali, licenziare i promotori, arrivare ai lettori aggirando la distribuzione, e pubblicare con orgoglio testi non commerciali, scritti da italiani conosciuti solo a pochi e caratterizzati anzitutto da una buona scrittura. Il che significava niente menzogne ai lettori, niente mode del momento, nessun preconcetto sulla stupidità del pubblico, nessuna marchetta, nessun compromesso.
E all’inizio del 2012 c’erano già troppe buone notizie perché l’editore potesse mandarmi a casa: i nostri lettori aumentavano, arrivavano ottime recensioni e molti complimenti. In condizioni migliori avremmo potuto crescere notevolmente, ma, anche con i nostri scarsi mezzi e nelle difficoltà generali, un anno dopo eravamo una delle poche piccole case editrici italiane in crescita, e forse l’unica (stando almeno a quanto gli altri dicevano e dicono). Meno di due anni dopo, concorrevamo ai principali premi nazionali e si parlava bene dei nostri libri sulle più importanti testate nazionali.

Ciò non toglie che Luigi Bernardi avesse ragione.
Da anni, ormai, le personalità più influenti in editoria distorcono le idee stesse di scrittura e letteratura. Non importa qui stabilire gli scopi di certe politiche, ma che tali politiche siano in atto è innegabile.
L’etica (anche lavorativa), l’onestà (anche intellettuale) e soprattutto la straordinaria potenza politica e sociale della letteratura sono in crisi nera. Non parlo della crisi economica – che c’è, ed è grave, ma è un’altra cosa. Parlo di problemi serissimi di disonestà (anche intellettuale), parlo di menzogne, di esaltazione di valori sbagliati, parlo di esistenze sprecate, di tempo e soldi rubati a tutti, autori e lettori. Parlo di politiche a-culturali che hanno ormai incistato nel pensiero comune l’idea che il libro sia un prodotto da supermercato, laddove è non solo metro di civiltà, ma è anche evoluzione personale, ed è piacere puro, uno dei più irrinunciabili che io conosca.

Negli anni di lavoro insieme, Bernardi mi ha insegnato anche a fronteggiare la paura. Ogni volta che mi parlava di cadute, io imparavo che, quando si cammina su terreni accidentati, cadere fa parte dell’atto di camminare. E che a volte, rialzandosi, è bene cambiare strada.

Quel pomeriggio del dicembre del 2010, dopo il secondo caffè, mi disse che avrebbe aspettato un bel po’, prima di comunicare a tutti che lasciava a me la direzione di Perdisa Pop. Avrebbe smesso ufficialmente all’inizio di aprile 2011: doveva essere aprile, mi spiegò, perché aveva iniziato a lavorare in editoria ad aprile del 1978 e voleva smettere esattamente al compimento del trentatreesimo anno di attività.
La sua fissazione per la precisione matematica era da Guinness. Ne rideva lui stesso, ma gli piaceva troppo, non poteva resisterle. E così sono diventato ufficialmente direttore editoriale il 5 aprile del 2011.

Questo per spiegarvi il motivo per cui ho atteso fino a oggi per comunicarvi quanto segue.
È per me una specie di tributo: oggi, 5 aprile 2014, la mia direzione di Perdisa Pop compie tre anni tondi, ed è quindi il giorno migliore per annunciare che non continuerà.

I motivi non vi importino. Di fatto, sono venute meno le condizioni basilari perché io possa continuare a svolgere concretamente questa attività. E a voi basti sapere che Perdisa Pop continua regolarmente a vendere i titoli in catalogo.
Quanto a me, vi darò notizie a tempo debito. Lo farò molto presto, ma non subito: se c’è un’altra cosa che mi ha insegnato Bernardi sull’editoria è che è piena di orecchie pericolose o, come avrebbe detto lui, di teste di cazzo.

In ogni caso sto lavorando. E non da solo, né solo per me stesso.
I tempi sono difficili e conoscere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. Ma mentre assistiamo allo strangolamento di professioni fondamentali, tendiamo a dimenticare cosa siamo, tendiamo a dimenticare che l’editoria e la scrittura non possono e non devono essere considerati come lavori da mercanti, perché non lo sono.
E va precisato che non lo sono proprio, in concreto, che non si tratta cioè di avvolgerli in una coltre di romanticismo, ma di prendere coscienza di una realtà: l’atto di leggere è diverso dall’atto del comprare o del consumare prodotti alla moda. Ha un altro mercato, un altro target.

In questo contesto angosciato e sfiancante, dove si continua ad alimentare un’idea malsana di cultura e di letteratura, resto convinto che si possa reagire.
Occorre però il coraggio di farlo davvero. Il che, per chiunque come me lavora in questi ambiti, sembra difficile. Non siamo eroi, siamo persone con altre competenze. E siamo abituati a dubitare.
Solo che, assuefatti all’idea che sarebbe meglio non rischiare, alle volte rischiamo molto di più: accettiamo compromessi assurdi che ci porteranno a lavorare male e a fallire comunque, scontenti dei risultati e senza nemmeno un grazie da portarci a casa.

Quello che invece farò io è raccogliere le forze ancora una volta e ancora una volta creare, per quanto possibile, nuove occasioni. Ci sono competenze da mettere a frutto, voci da ascoltare, percorsi da scoprire, follie da realizzare, rabbia da usare come carburante.
Prendere le distanze da certe logiche e da certi mestieranti non è un vezzo artistico, è nostro dovere professionale.
Se preferiamo rimanere sui tristi sentieri tracciati da altri, piuttosto che indicarne di nuovi, non siamo scrittori, non siamo artisti, e non siamo editori. Se non sappiamo osare, non siamo ciò che millantiamo di essere, né mai potremmo esserlo.

11/01/12

Confortevole e bastarda | Alla Bologna dei fuori sede si arriva dalla provincia





Un articolo per la rassegna Città d'autore del "Corriere Nazionale", dedicata alle principali città italiane raccontate da scrittori - dove parlo a modo mio di Bologna e di me stesso.


[da "Il Corriere Nazionale" del 10/01/2012]


Non posso parlare di Bologna con la voce di chi ci è cresciuto. Chi va a vivere in un’altra città, anche se ci resta tanto a lungo, continuerà a sentirsi ospite sempre. Quelli come me l’hanno abitata in qualche modo di sponda, come palle da biliardo che raggiungono i birilli di rimbalzo. Di sponda ci arrivavamo poco più che diciottenni, con un borsone, uno zaino e l’iscrizione all’università. Di sponda la vivevamo, senza conoscere per anni nessun vero bolognese.
Eravamo studenti, categoria molto più dozzinale di quanto possa immaginare chi ne fa parte, non diversi dai ragazzi che la popolano adesso, arrivati dalle provincie di tutta Italia ma sputati gli uni agli altri. Diversi dai bolognesi, gli studenti qui si riconosco tra loro come italiani all’estero e, come italiani all’estero, tendono a fare gruppo, a isolarsi dal contesto per criticarlo e ridacchiare. Anzitutto, imparano la parlata siciliana, quella pugliese, la cadenza veneta, perché questo è un crocevia, un punto di convergenza di facce e inflessioni, delle attese di una generazione dopo l’altra.